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Archivio di Stato di Pordenone

L'Archivio e gli altri archivi

Intervista alla dott.ssa Paola Valentin, Funzionario Archivista presso la Soprintendenza archivistica del Friuli Venezia Giulia


A - Ciao Paola. Puoi raccontarci chi sei e quando hai conosciuto l’Archivio di Stato di Pordenone?

P - Sono archivista presso la Soprintendenza archivistica del Friuli Venezia Giulia dal 2012. Mi occupo in particolare del settore degli archivi privati ed ecclesiastici, oltre ad essere funzionario di zona per il territorio dell’ex Provincia di Udine. Mi sono avvicinata al settore archivistico relativamente “da grande”, frequentando la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Trieste, dove peraltro adesso insegno, quindi ho finito con il trovarmi dall’altra parte della cattedra! La mia formazione universitaria è stata infatti in campo archeologico, poi ho lavorato per diversi anni al Castello di Miramare a Trieste, prima come Assistente tecnico museale, poi come Assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza. Una volta assunta in Soprintendenza, è stato quasi immediato il contatto lavorativo con tutti gli Archivi di Stato della regione, tra cui ovviamente anche quello di Pordenone.

A - Puoi raccontarci cosa fa una Soprintendenza?

P - Le Soprintendenze archivistiche fanno parte della rete degli organi periferici del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. Come gli analoghi uffici istituiti per le diverse regioni (a volte anche per più di una regione), la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia si occupa della tutela e vigilanza degli archivi degli enti pubblici del proprio territorio di competenza (parliamo quindi di enti locali, ospedali, scuole, università, agenzie fiscali e previdenziali, ecc.). Si occupa inoltre degli archivi e dei singoli documenti di proprietà privata che siano dichiarati di interesse culturale. La dichiarazione di interesse culturale è un riconoscimento, da parte dello Stato, del valore storico particolarmente importante della documentazione interessata, che si ritiene debba essere tutelata per il futuro. Si tratta di un provvedimento delicato, che richiede da parte della Soprintendenza uno studio preliminare approfondito, perché produce degli effetti giuridici importanti. Una volta dichiarati, infatti, archivi e documenti privati, pur restando di proprietà privata, diventano a tutti gli effetti beni culturali e parte del patrimonio culturale italiano, e vengono pertanto sottoposti alle tutele previste dalla normativa. Mi riferisco in particolare al D. Lgs 42/2004 ossia il Codice dei beni culturali e del paesaggio.

Tengo a precisare che la Soprintendenza non prende e non conserva questi materiali, pubblici o privati che siano: salvo casi eccezionali, che richiedono magari un intervento di emergenza, l’archivio resta al suo proprietario, il quale è però tenuto ad osservare alcune prescrizioni che il Codice prevede, ai fini della protezione della documentazione. A questo proposito, come Soprintendenza svolgiamo anche attività di consulenza e formazione, per offrire un aiuto a chi deve gestire quotidianamente questo patrimonio, anche per poterlo mettere a disposizione del pubblico. Ci occupiamo anche, compatibilmente con le risorse disponibili, di finanziare interventi sulla documentazione tutelata.

Tra le nostre attività c’è anche il controllo del mercato antiquario, per verificare se sia presente documentazione interessante o che necessita di un intervento di recupero, in caso di situazioni anomale. In questo ambito è fondamentale la collaborazione con il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, di cui è stato costituito nel 2016 un Nucleo a Udine.

Diversamente dalla maggior parte delle analoghe strutture, la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia non esercita le funzioni di tutela dei beni librari, che sono di competenza della Regione, in considerazione del suo statuto di autonomia.

A - Quali sono le forme di collaborazione tra Archivi e Soprintendenze?

P - La collaborazione è continua, a tutti i livelli, dal semplice scambio di informazioni alle comunicazioni con l’utenza, che spesso deve essere adeguatamente indirizzata all’uno o all’altro ufficio, fino ad arrivare a forme più articolate, procedimenti che richiedono una complessa istruttoria che coinvolge entrambe le istituzioni. Per fare un esempio: le donazioni di documenti, o anche di interi archivi, che hanno per destinatario un Archivio di Stato, devono passare attraverso la Soprintendenza archivistica. E’ quello che è successo proprio con l’Archivio Montereale Mantica, di cui avete parlato in una precedente intervista, che ora si trova all’Archivio di Stato di Pordenone, grazie alla generosità del suo proprietario, il dott. Francesco Lotti.

A - Abbiamo condiviso con te il sopralluogo all’archivio storico di Cinemazero e quello all’archivio della famiglia Burgos di Zoppola. Ci illustri il senso di queste visite in cui coinvolgete i funzionari dell’Archivio? Che esiti hanno avuto?

P - Ecco un altro importante esempio di collaborazione tra i nostri uffici: uno dei compiti delle Soprintendenze archivistiche è visitare gli archivi già tutelati, o che riteniamo possano esserlo, per capire la situazione ed assumere eventuali iniziative, a seconda di quello che vediamo. Come Soprintendenza abbiamo la possibilità di avvalerci, per questi sopralluoghi, anche del personale degli Archivi di Stato, ed è un modo per essere presenti sul territorio con maggior facilità e rapidità. Nei due casi che avete citato si trattava di fare un sopralluogo presso un archivio già tutelato da diversi anni, quello dell’Associazione Cinemazero, con la quale si è poi avviato un interessante rapporto di collaborazione tecnico-scientifica per una serie di iniziative riguardanti il patrimonio documentario audiovisivo, uno dei filoni di studio e ricerca più attuali. Nel secondo caso si trattava, invece, di visionare un archivio misto famiglia/azienda, per una eventuale dichiarazione di interesse culturale. Proprio a seguito della valutazione effettuata, l’archivio è stato ritenuto meritevole di tutela e quindi adesso rientra tra quelli dichiarati di interesse culturale. Vorrei ricordare che in questa specifica vicenda l’Archivio di Stato di Pordenone è stato anche il contatto primario tra la famiglia e la Soprintendenza, quindi speriamo che altri proprietari di archivi seguano la stessa strada.

A - Qual è il panorama degli archivi tutelati nel pordenonese? Ci dici qualcosa anche su quelli “poco” tutelati: i proprietari o detentori di quali settori potrebbero essere sensibilizzati?

P - Gli archivi degli enti pubblici e quelli degli enti ecclesiastici sono già tutelati, per legge o a seguito di accordi particolari tra lo Stato e la Conferenza Episcopale Italiana, quindi direi che va posta una particolare attenzione al settore degli archivi privati, che, in mancanza della dichiarazione di interesse culturale da parte dello Stato, per quanto magari ben conservati dai loro proprietari, non sono soggetti a tutela e dunque sono potenzialmente a rischio di perdite o dispersioni, con grave danno per la conoscenza del territorio. In passato si consideravano di interesse soprattutto gli archivi nobiliari o di particolari personalità, alcuni dei quali si trovano anche nel territorio pordenonese; attualmente le linee di ricerca si sono moltiplicate e dunque si rivolge lo sguardo a molte altre tipologie di archivi. Vorrei sottolineare l’importanza, per la comprensione della storia socio-economica del territorio, degli archivi delle imprese: sono una vera miniera di informazioni e, se adeguatamente conservati e valorizzati, possono essere un vero punto di forza per l’impresa stessa.

A - Come deve fare un utente se volesse consultare gli archivi tutelati?

P - Per quanto riguarda gli archivi degli enti pubblici, ci si può rivolgere direttamente agli uffici per verificare quale si occupa dell’archivio, gli orari di apertura ed eventualmente richiedere un appuntamento. Bisogna sempre considerare che pochi enti hanno un servizio archivistico vero e proprio, con personale dedicato in via esclusiva. Diverso è il discorso per gli archivi privati, dati i possibili problemi di privacy: in questo caso, fatta eccezione per alcuni enti e istituti privati, soprattutto di tipo culturale, a cui ci si può rivolgere anche direttamente, l’utente deve rivolgerci una formale richiesta di autorizzazione alla consultazione, utilizzando un modulo che è scaricabile dal nostro sito web, specificando cosa vorrebbe consultare e perché. Se la motivazione è ritenuta adeguata, come una ricerca per una tesi universitaria, la Soprintendenza contatta il proprietario dell’archivio, per concordare la migliore modalità di consultazione, sempre mettendo in conto che negli archivi più recenti non tutto è visionabile, per motivi di riservatezza. Noi siamo sempre a disposizione per fornire eventuali chiarimenti e sul nostro sito internet ci sono approfondimenti anche su questo tema, che è chiaramente uno dei più interessanti per gli utenti.

A - La Soprintendenza si occupa anche di archivi digitali? Che competenze ha in merito?

P - Da un punto di vista teorico, in realtà, non c’è differenza tra archivi “tradizionali” e archivi digitali, trattandosi “semplicemente” di diverse modalità di supporto, per cui la Soprintendenza ha le medesime competenze di tutela e vigilanza su entrambi. Naturalmente la gestione pratica di materiali diversi richiede una cura particolare. Pensiamo anche alla conservazione degli archivi fotografici o audiovisivi. Proprio perché il digitale è fantastico, ma pone anche serie questioni tecniche e giuridiche da tenere presenti, siamo in una delicata fase di passaggio, che va seguita con attenzione.

A - Un archivio del pordenonese a cui sei particolarmente affezionata?

P - Non per fare preferenze, ma vorrei nominare almeno l’Archivio Storico della Diocesi, perché è il primo di questa parte della regione con cui abbia lavorato direttamente, in occasione di un censimento, commissionato dalla Soprintendenza, degli archivi parrocchiali là conservati. Le schede descrittive di quegli archivi, elaborate nelle due fasi dell’intervento, sono ora a disposizione di tutti in Internet, consultando il portale del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche).

A - Come ha lavorato la Soprintendenza durante la Fase 1 dell'emergenza? Ed ora?

P - Gli uffici della Soprintendenza sono ospitati nella sede dell’Archivio di Stato di Trieste, che, a causa della pandemia, fino al 17/5 apriva solo il lunedì per il lavoro in sede, senza possibilità di accesso per il pubblico. A parte, quindi, una minima presenza in ufficio il lunedì, garantita a rotazione dal personale amministrativo e di segreteria, eravamo tutti in smart working, tenendoci in costante contatto via WhatsApp e usando varie piattaforme digitali per riunioni e incontri di lavoro. Questa modalità, in realtà, dovrebbe continuare, ma riprenderemo ad assicurare una maggiore presenza in sede lungo l’arco della settimana, grazie alla riapertura dell’Archivio al pubblico, a partire dal 18 maggio. Avendo la possibilità di collegarci da remoto con i nostri sistemi di gestione, riusciamo a svolgere quasi tutte le nostre attività ordinarie e a rispondere alle richieste dell’utenza. Quello che è mancato di più, in questo periodo di confinamento, è la possibilità di spostarci sul territorio per incontri e sopralluoghi, ma prevediamo di poter ricominciare presto anche con questa attività, perché non tutto può essere svolto “virtualmente”. Il contatto diretto con i nostri interlocutori per noi rimane fondamentale.

A - Grazie Paola. Buon lavoro a te e ai colleghi “triestini”.

P - Grazie da parte di tutti e buon lavoro anche a voi.



Ultimo aggiornamento: 22/05/2020